PCM Diaries | Anna Maria Maiolino e Teresa Margolles

PAC Padiglione d'Arte Contemporanea, Milano
L’INTERVISTA CON ANNA MARIA MAIOLINO

di Matteo Bergamini [D La Repubblica, 4 maggio 2019]

L’INTERVISTA CON TERESA MARGOLLES

di Matteo Bergamini [Exibart, 28 marzo 2018, link]

Basta figli di puttana!

PARLA TERESA MARGOLLES
In occasione della sua personale al PAC di Milano abbiamo intervistato la grande artista messicana

Inutile perdersi in descrizioni di opere, in tecniche e allestimenti. Chi conosce appena il lavoro di Teresa Margolles sa quanto può essere forte il suo “minimo”. Come accade in 57 Cuerpos, un filo lungo poco meno di 22 metri, composto da 57 pezzi di altrettanti fili di sutura avanzati nel ricucire 57 corpi di vittime non identificate in un obitorio di Guadalajara. Chi ha avuto modo di avvicinare un poco l’arte di Margolles (Messico, 1963, vive a Madrid) sa che allo stesso tempo non c’è spazio per il romanticismo (a meno che non si consideri tale uno struggente omaggio, come accade per Karla, Hilario Reyes Gallego) né tantomeno per porsi come spettatori indifferenti: ogni opera di Margolles carica lo spettatore di responsabilità: il sangue non si vede soltanto – metaforicamente – ma coinvolge totalmente: sedetevi alla Mesa y Dos Bancos di cemento che trovate all’ingresso, per esempio. O forse vi basterà sapere che Margolles, per anni, ha lavorato in quel luogo al confine tra Stati Uniti e Messico che è Ciudad Juárez, la città del femminicidio, dove dal 1993 al 2005 pare siano state quasi 5mila le mujeres uccise nel territorio del suo municipio. “Ora basta figli di puttana” non è solo un messaggio tra bande di narcos che usano cadaveri come display con i quali sfidarsi e avvertirsi, ma un atto di resistenza.

Vorrei incominciare dal titolo “Ya basta hijos de puta”. Perché questa scelta, visto che è stato ricordato che è il nome di una mostra precedente?

«Non è una frase che ho inventato io, l’ho presa da un messaggio scritto sulle gambe di una ragazza assassinata. L’ho usato come titolo perché è una esclamazione molto aperta, volta alla riflessione. Con un insieme di opere come queste un titolo del genere viene reinterpreto con l’idea di denunciare la violenza perpetrata sulle donne e non solo. Sono parole molto secche e forti…».

Tu inizi da Ciudad Juárez e dalla situazione messicana, ma ti spingi bel oltre…

«Inizio con Juárez, però attraverso le madri delle donne assassinate e scomparse lancio un messaggio universale. Un messaggio che vuole essere incalzante nella ricerca delle ragazze di cui si sono perse le tracce. Voglio “aumentare” questo urlo. E anche se queste madri non sono mai state ascoltate credo che la mia posizione di artista possa dargli eco, e aprire più frontiere alla loro voce».

La tua mostra a Bolzano, a Museion nel 2010, che si chiamava proprio “Frontera”…

«E c’era la stessa frase incisa sulla parete!».

Ho una domanda un po’ differente. Tu sei medico, come sei passata all’arte?

«Prima di tutto sono un’artista, e prima di essere artista sono stata fotografa. Quando sono andata via dal mio paese, Culiacán, per Città del Messico, sono partita per fare l’artista. A 18 anni mi sono iscritta alla Scuola di Anatomia. La ricerca sul corpo umano, della vita e del cadavere era quello che mi interessava in quel momento. Ho visto i cadaveri anonimi donati alla scienza quando sono andata a studiare e lavorare al servizio medico forense (Istituto di Medicina Legale, n.d.r.) e ho capito quando il corpo del cadavere inizia ad essere un corpo sociale. È qui che l’esistenza della salma inizia ad essere “sociale”: ha un nome e un cognome, e si vede l’origine della tragedia. È come se diventasse un termometro della città, del Paese. In base a come arrivano i corpi all’obitorio capisci cosa sta succedendo nelle strade e negli spazi pubblici. Se lo spazio pubblico diventa un ricettacolo di cadaveri significa che sei in un Paese violento, o dove la violenza è cresciuta. È poi presente una dicotomia tra il corpo dell’obitorio nudo e pulito dall’acqua e dal vapore, e come il corpo entra nell’obitorio, massacrato dalla strada. Ho visto arrivare ragazze uccise, violentate, con i vestiti abbassati: erano state trovate sulla strada, nei cassonetti della spazzatura: il corpo si converte in uno spettacolo sociale, così come è sociale il silenzio dell’obitorio».

 

Mi vengono in mente le vecchie fotografie dei morti ammazzati di Letizia Battaglia, ma sembrano “deboli” rispetto a quel che si vive a Juárez…

«Sai, questo “corpo pubblico” che non appartiene alla polizia se non per pochi momenti, sta nella società e nel quotidiano. I ragazzi che vanno a scuola, le signore che vanno al supermercato, vedono questi corpi che divengono un inconscio sociale, vengono interiorizzati nella cultura. Attraverso le mie opere cerco di poeticizzare questa situazione insostenibile, di renderla esponibile in un museo o in uno spazio di riflessione contemporanea».

Attraverso questa condizione “maledetta” costruisci opere molto leggere, quasi minimaliste…

«Mi interessa la periferia e non il corpo, mi interessa parlare della periferia. È tutto molto violento, ma nella parete diventa leggero. Mi interessa fare un’arte che non sia una traduzione letterale. Se entri in un museo e ti trovi davanti un resto umano avrai un rigetto. Quello che mi interessa è farti entrare in uno spazio dove, guardando qualcosa, tu possa trovare la tua risposta. La risposta non ce l’ho io, io ti propongo un modo per cercarla. La risposta è in te stesso, nelle tue emozioni. Il mio obiettivo è la tua emozione».

Come vivi la tua condizione di artista quando sei in luoghi come Juárez o Città del Messico, parlando di questo tema…

«Il mio studio è la strada e a partire dalla strada ho visto la distruzione di una città, e conosciuto gente straordinaria. Ho conosciuto a Juárez le più grandi donne e uomini, e ho anche molti amici che ammiro. Ammiro le madri che cercano le proprie figlie. Le ammiro profondamente. Le attiviste mi hanno insegnato l’amore che si può avere per una città».

Cosa pensi della politica di Donald Trump contro il Messico?

«Bah, il muro è sempre esistito. Solo che Trump l’ha usato come slogan politico. Il muro è sempre stato in costruzione. Anche Obama non faceva entrare i messicani alla frontiera. Trump è un fanfarone, ma non ne ha l’esclusiva, ci calca solo la mano. E da sempre ci sono artisti statunitensi e messicani che su questa questione hanno avuto connessioni. Si è sempre protestato ambo i lati: da El Paso (New Mexico) a San Diego (California), da Città Juárez a Tijuana o Mexicali, c’è sempre stata “pressione” critica su questa storia».

Pensi che l’arte possa essere una forma di salvezza, di catarsi?

«Un grande esempio è l’Italia, dove l’arte è tradizione da secoli e ha sempre avuto un peso. L’arte può cambiare e può fungere da esempio. Grazie all’arte si può influenzare la storia e in Italia questo ha fatto sì che sia diventato un Paese migliore. Sì, l’arte può cambiare».

Sei felice di questa mostra?

«Mi preoccupa molto, ci sono dei pezzi che io stessa non riesco a vedere perché mi fanno soffrire troppo. Sai, mi fa molta paura che la gente si abitui a questa situazione, per colpa dei media. Mi fa paura che si normalizzi la violenza, che le ragazze crescano sentendosi “spazzatura” perché il corpo delle donne ammazzate viene trovato regolarmente tra i rifiuti. Le giovani vivono per anni con queste notizie di ragazze che non vengono trovate e si abituano a vedere il loro volto come se fosse quello delle coetanee scomparse. Mi fa paura che crescano con la paura e senza libertà sessuale, senza poter decidere del proprio corpo e nemmeno della propria espressione di genere, perché ti uccidono per questo motivo, e mi fa infuriare immaginarmi che abbiano paura di fare quello che vogliono».

Puoi raccontarmi un po’ della prima installazione che vediamo al PAC, Pistas de baile?

«Sto lavorando da anni a Ciudad Juárez e ho visto come la città stia perdendo la speranza, con il cambio di ruolo che ha avuto da luogo di vita notturna, di festa e commercio, a luogo di crimine. È stato criminalizzato anche l’ozio, il divertimento. Era una città come Las Vegas: immaginati cosa potrebbe succedere se Las Vegas venisse distrutta. Ho analizzato inizialmente come le case – metafora del corpo – venissero abbandonate, come la memoria veniva distrutta, dimenticando come era la vita quotidiana di prima. La città ha perso il tessuto sociale del centro storico, e quando sono arrivata a Juárez l’ultima volta c’era solo polvere. I grandi spazi di divertimento che c’erano una volta, il loro vecchio pavimento, le antiche memorie, sono rimasti sepolti sotto questa polvere».

Scoprendoli è come se avessi messo in atto un momento di resilienza…

«Io cerco chi abita lì e che continua a restare lì, e che le uniche che continuano a vivere in quell’area di città sono le prostitute transessuali e con loro cerchiamo i loro antichi luoghi di lavoro. Con l’acqua puliamo quel che resta del pavimento, ridandogli dignità. Per lanciare questo messaggio: “Puoi distruggere uno spazio, ma non puoi distruggere me”. Queste fotografie non sono ritratti, sono paesaggi. L’elemento umano, loro, sono parte del paesaggio e hanno lo stesso valore del paesaggio anche se le vogliono togliere da lì, dimenticarle e non vederle più. Sono parte di una città che si vuole continuare a uccidere».

La prima volta che vidi il tuo lavoro fu a Manifesta 7, la stanza Sudor y Miedo. Qui continui con Vaporización…

«Quello spazio che mi diedero all’Ex Alumix di Bolzano era come se trasudasse paura. La stessa paura che arriva quando ti muovi alla ricerca delle ragazze uccise, in questa città (Juárez) massacrata sotto i nostri occhi. La stessa paura la provano le madri quando le giovani non tornano a casa. È la paura del sentire che la tua città e il tuo Paese stanno andando a rotoli. Ecco perché qui al PAC ho messo anche questi pannelli di vetro che raccolgono i volti delle sue abitanti sparite nel nulla (Margolles fa riferimento all’installazione La Búsqueda, n.d.r) che vibrano come Ciudad Juárez trema al passaggio del treno. Costantemente».

Matteo Bergamini

Traduzione dallo spagnolo di Alberto Calvi

 

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IL DIARIO

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LE MOSTRE
ANNA MARIA MAIOLINO
a cura di Diego Sileo
29 marzo 2019 – 9 giugno 2019

Il PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano presenta O AMOR SE FAZ REVOLUCIONARIO, la prima mostra italiana in un’istituzione pubblica dell’artista italo-brasiliana Anna Maria Maiolino.

Con una selezione di oltre 300 opere che spaziano dai disegni di una giovanissima Maiolino – studentessa d’arte a Caracas – fino alle ultime sue creazioni, la mostra curata da Diego Sileo si configura come la più ampia retrospettiva dell’artista mai realizzata fino ad ora. Un’occasione unica per comprendere il percorso eclettico e rivoluzionario di un’artista che è riuscita a fondere in uno stile esemplare ed inimitabile la creatività italiana e la sperimentazione delle avanguardie brasiliane.

Dal 29 marzo al 1 settembre 2019 al PAC disegni, dipinti, sculture, fotografie, video e installazioni raccontano per decadi una storia artistica iniziata nei primi anni Sessanta e ancora oggi vitale e fertile, in grado di influenzare molti artisti delle nuove generazioni. Un’installazione site specific realizzata interamente in argilla, materiale iconico per l’artista, introdurrà il visitatore in mostra, dove per la prima volta si potranno ammirare anche le sue grandi pitture degli anni Novanta mai esposte prima.

TERESA MARGOLLES
a cura di Diego Sileo
28 marzo 2018 – 10 giugno 2018

Con una particolare attitudine al crudo realismo, la poetica di Teresa Margolles testimonia le complessità della società contemporanea, ormai sgretolata dalle allarmanti proporzioni di un crimine organizzato che sta lacerando il mondo intero e soprattutto il Messico, considerato uno dei paesi più pericolosi al mondo. Con una grammatica stilistica minimalista, ma di forte impatto e quasi prepotente sul piano concettuale, i lavori della Margolles affrontano i tabù della morte e della violenza, indagati in relazione alle disuguaglianze sociali ed economiche presenti attualmente in molte nostre realtà quotidiane.

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