PCMDiaries | Zehra Dogan

Museo di Santa Giulia
IL SERVIZIO

di Valentina Tosoni [La Repubblica.it, 15 novembre 2019, link]

Dipingere con il sangue. L’arte politica dal carcere di Zehra Dogan

E’ in Italia al Museo di Santa Giulia di Brescia la prima mostra che presenta i dipinti realizzati dall’attivista curda nei tre anni di detenzione nelle carceri turche. Sessanta opere dipinte con ciò che trovava in cella e con l’aiuto delle altre detenute

Grovigli di corpi intrappolati che si auto-generano, volti femminili che rivolgono lo sguardo mesto verso il basso o ti fissano interrogandoti, animali e simboli vari dipinti su ritagli di lenzuola, asciugamani, carta da pacco, fogli di giornale, pacchetti di sigarette o altri supporti di recupero. Per tre anni, il periodo in cui è stata imprigionata nelle carceri turche, Zehra Dogan ha coltivato la sua arte facendo diventare l’atto del dipingere un gesto collettivo di libertà senza confini, utilizzando le tecniche che aveva a disposizione: tè, fondi di caffè, olio alimentare, buccia di melograno, curcuma, succo di prezzemolo, ma anche sangue mestruale, capelli e penne a sfera. Sessanta opere realizzate in quel periodo e fatte uscire attraverso complessi sotterfugi, sono ora raccolte nella sua prima esposizione in Italia dal titolo Avremo anche giorni migliori. Opere dalle carceri turche, presentata a Brescia nelle sale del Museo di Santa Giulia, in occasione del Festival della Pace, che rimarrà aperta fino al 6 gennaio, salvo prolungamenti molto possibili.

Zehra Dogan giornalista e attivista trentenne, originaria di Diyarbakir nel sudest della Turchia, zona a maggioranza curda, dopo gli studi artistici aveva scelto la strada dell’impegno fondando Jinha, la prima agenzia stampa del Paese formata da sole donne. Nel 2017 aveva dipinto un quadro prendendo spunto da una fotografia che ritraeva Nusaybin, città curda che si trova lungo il confine con la Siria, appena bombardata dell’esercito turco nel 2016. Dopo aver pubblicato quell’opera su Twitter, Zehra è stata immediatamente arrestata per “propaganda terroristica”. Così è iniziata la sua detenzione nelle carceri turche terminata il 24 febbraio scorso. “Quando lavoravo sulla notizia non potevo non disegnarla – racconta l’artista nei suoi diari in parte presenti in mostra – disegnare significava esprimere parte di me, e parte di me era ed è la battaglia curda. Nei miei dipinti la luce, le figure, gli stessi colori simboleggiano quello che ha vissuto la popolazione curda”.

Così, anche durante il periodo di detenzione, con tutto ciò che comporta tra controlli continui, rischi di punizioni spaventose, limitazioni fisiche e pressioni psicologiche, Zehra Dogan non ha rinunciato mai all’arte che ha continuato a praticare di nascosto con l’aiuto delle altre detenute, come forma liberatoria di protesta e di sopravvivenza. Un’azione condivisa dunque con chi era in cella con lei, per motivi politici e non solo, che portava a discussioni, riflessioni, ma anche a racconti di sogni, unica possibilità d’evasione a loro concessa, da cui scaturivamo immagini che Zehra realizzava su ciò e con ciò che il carcere passava. “Per quanto provassero a domarci, c’era una rabbia creativa che non potevano sedare – riporta l’artista nei suoi scritti – vivevamo in 40 all’interno della stessa cella, cercando il modo di sopravvivere, stando in piedi e dormendo per terra”.

Il percorso dell’esposizione che stupisce per la qualità dei lavori nonostante le difficoltà e le limitazioni, presenta varie sezioni. La prima è dedicata alle macchie, forme casuali che si espandono sulla superficie, errori, costrizioni da superare, che l’artista domina trasformandole in simboli o attributi della femminilità e che ricordano soluzioni proprie dell’espressionismo astratto. Nella seconda sala è il corpo femminile, individuale e collettivo, al centro dell’attenzione. Qui si evidenzia un segno accademico, pulito e deciso, che dimostra il grande amore che l’artista ha per Picasso, tratto che utilizza anche nell’immagine scelta per comunicare la mostra: un mezzo busto di donna, realizzato su una tela strappata e ricamata all’altezza del viso, da cui emerge una mano di Fatima con al centro l’occhio di Dio che indica forza, potere e benedizione. “Il corpo è oggetto di esplorazione ed elaborazione – scrive la curatrice Elettra Stamboulis nel catalogo edito da Skira – ma anche strumento artistico vero e proprio, non solo perché esso lascia tracce, ma anche perché può diventare, come nel caso del sangue mestruale, parte dell’opera stessa”. Nella terza ed ultima sezione è esposto invece un nucleo di opere create dopo la scarcerazione.

Zehra Dogan, che ora vive a Londra e che sarà a Brescia per un incontro pubblico in Loggia venerdì 22 novembre alle 17,30, durante la detenzione è stata sostenuta da organizzazioni internazionali che difendono i diritti umani e da artisti come Ai Weiwei o Bansky, quest’ultimo l’ha resa famosa ritraendola su un muro a New York. Dopo la Tate Modern dove lo scorso maggio ha presentato un’installazione, arriva ora in Italia con una selezione di sue opere che dimostrano tutta la potenza politica della sua arte e che dovrebbero poter circuitare in più città possibili, perché come diceva Picasso: “la pittura non è fatta per decorare gli appartamenti, ma è uno strumento di guerra offensiva e difensiva contro il nemico”.

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IL DIARIO

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LA MOSTRA
Avremo anche giorni migliori. Opere dalle carceri turche | Zehra Doğan
a cura di Elettra Stamboulis
16 novembre 2019 – 6 gennaio 2020. Prorogata sino al 1 marzo 2020

Il Comune di Brescia e la Fondazione Brescia Musei, diretta da Stefano Karadjov, presentano per la prima volta in Italia, nella cornice del Museo di Santa Giulia, una personale dell’artista e giornalista curda Zehra Doğan (Diyarbakir, Turchia, 1989).

“Avremo anche giorni migliori – Zehra Doğan. Opere dalle carceri turche” è un progetto originale curato da Elettra Stamboulis e costituisce la prima mostra di impianto critico curatoriale dedicata all’opera della fondatrice dell’agenzia giornalistica femminista curda “Jinha” e sarà aperta al pubblico da sabato 16 novembre 2019 al 6 gennaio 2020. Dopo il grande successo della performance organizzata lo scorso maggio presso la Tate Modern di Londra, città in cui Zehra Doğan ha scelto provvisoriamente di vivere il proprio esilio, l’artista è ora protagonista a Brescia di una potente esposizione, in occasione della sua partecipazione al Festival della Pace, organizzato dal Comune di Brescia e dalla Provincia di Brescia.

L’arte di questa artista si interseca e intreccia con la vicenda personale e, inevitabilmente, con i drammatici eventi politici della più stringente attualità. La mostra fa luce sulla sua poetica, affrontandone le tematiche e i motivi ricorrenti, evidenziandone la complessità linguistica e mostrando l’ampia gamma di supporti e tecniche utilizzate per produrre opere d’arte: oggetti inconsueti, estremamente fragili, ma di grande potenza espressiva.

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