PCMDiaries | Eel Soup – Federico Clavarino e Tami Izko

Viasaterna
IL SERVIZIO

di Elena Bordignon [ATP Diary, 27 gennaio 2020, link]

Federico Clavarino e Tami Izko: un dialogo per segni e relazioni

Fino al 14 Febbraio 2020, Viasaterna ospita la mostra Eel Soup

Due linguaggi a confronto creano una fitta disquisizione sulla natura delle superfici, sulla mutabilità delle forme. Federico Clavarino (Torino 1984) e Tami Izko (Cochabamba, Bolivia 1984) sono le due voci narranti di una storia che si dipana mediante la fotografia, per il primo, e con il linguaggio scultoreo per la seconda. Ma partiamo dall’immagine della ‘zuppa di anguilla’ – Eel Soup –  titolo suggestivo della mostra ospitata in Viasaterna fino al 14 febbraio (… San Valentino, che coincidenza la chiusura della mostra, i due artisti sono una coppia nella vita).
Limpida o torbida, densa o leggera, la pietanza brodosa sembra diventare metafora dell’unione delle due forme espressive: brodo, anguilla; soggetto, sfondo; solido, liquido. Se la relazione tra i due artisti potrebbe essere considerata complementare, in alcuni casi, il percorso si fa parallelo, consonate: echi formali si riverberano tra le immagini alle pareti e la materia ceramica installata nei plinti; le anse e le cavità immortalate nelle fotografie le ritroviamo tra le pieghe delle sculture in un gioco di rinvii potenziati da alcuni specchi messi, con sapienza, tra un opera e l’altra.
Ma veniamo ai soggetti presi ‘di mira’ dai due artisti.
Federico Clavarino ci racconta, per dettagli, una realtà fatta di cose minime; particolari che, grazie al taglio dell’obiettivo fotografico, diventano superfici astratte, piani dalle texture granulose, ruvide, polverose.

L’artista riesce dunque a trasmetterci la materialità dei soggetti che immortala, la loro presenza fisica. Penso alla superficie di un’agave, alla fragilità di un cerino bruciato, alla sabbia sulla pelle, al mano nevoso, alla buccia di una mela… Guardando sembra di toccare, lo sguardo sembra farsi carezza, insinuandosi tra le cosce di una donna, o tra le mani che, a loro volta toccano. La specularità tra chi guarda l’immagine e l’immagine stessa, si riflette ancora una volta nelle sculture di Tami Izko.
L’artista boliviana da forma, mediante ceramica, a degli arti, delle anse, dei piccoli bacini che riprendono per forma, e a volte anche per cromia, i soggetti delle fotografie di Clavarino. Senza essere didascaliche, ma per allusioni e analogie, le sculture raccontano in modo diverso le sinuosità di una pianta, la mollezza della carne, la fragilità del legno che brucia, la caotica confusione di un intreccio di rami.
In un caso il dialogo sembra farsi fitto, quasi intimo a mio parere: alla parete la fotografia di un dipinto antico che mostra quelli che potrebbero essere Adamo ed Eva in mezzo ad un bosco, nudi tra gli animali, primordiali. Davanti all’immagine, un piccolo grumo di materiale verde lucido, che sembra muoversi ancora al lieve tatto dei polpastrelli dell’artista, fremere a piccole pressioni, sulla via di diventare qualcos’altro. In questo scambio, silenzioso e allusivo, sta la chiave misteriosa che chiude – o apre – il significato di questa bella mostra.

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IL DIARIO

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LA MOSTRA
Eel soup | Federico Clavarino e Tami Izko
dal 10 Dicembre 2019 al 14 Febbraio 2020

Viasaterna presenta Eel Soup di Federico Clavarino e Tami Izko, con una selezione dalle rispettive produzioni di opere, di matrice fotografica per Clavarino e di natura scultorea per Izko. Il progetto espositivo ruota intorno alle connessioni tra i due medium, narrando la loro congiunzione nello spazio e nelle superfici specchianti dell’allestimento, pensato per abbracciare le opere e il visitatore favorendone la compresenza.

Il titolo della mostra Eel Soup evoca l’immagine straniante di una zuppa di anguille, senza estremità, fluida e informe. Allo stesso modo, i lavori presentati si torcono, si chiudono e si aprono nello spazio creando una serie di configurazioni significative. Clavarino si concentra su dettagli sfuggenti, su lievi presenze naturali e umane, rivelandone alcune relazioni, forze e intrecci che si instaurano tra loro e che rimarrebbero invisibili se non catturati dall’obiettivo. Clavarino mette in luce la fragilità delle connessioni contemporanee, mostrando lo spazio e la vicinanza tra gli elementi fotografati, ritagliandone i dettagli e creando una tensione tra ciò che viene mostrato e ciò che rimane fuori dalla cornice. In un secondo momento, le opere vengono associate in un racconto in grado di ampliare il registro e suscitando la messa in scena di una realtà effimera. Le immagini rimandano alle sculture di Izko, che formano apparati epidermici, organici, capace di traslarne i tratti nelle fessure e nelle giunture dell’argilla. La plasticità della ceramica viene usata come fonte per restituire la forma umana nelle sue differenti dimensioni e moduli come risultato, a sua volta, di un incontro e una concatenazione alchemica di elementi naturali. Ad accompagnare il visitatore la fluidità delle superfici specchio che tagliano le fotografie, ne incorniciano dettagli e riflettono l’immagine insieme alla plasticità scultorea.

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