PCMDiaries | Giovanni Frangi

IL SERVIZIO

di Luca Zuccala [Artslife, 4 marzo 2019 link]

Intervista a Giovanni Frangi. Spartiti vegetali astrali dettati dalla sua Legge alla M77

Sospesi tra due ecosistemi nella foresta delle corrispondenze: gli stagni dove il cielo scivola dentro (e l’acqua tocca il cielo), densi di una linfa astrale che sorregge ninfee, e le giungle ritmate di trittici tronchi, “colonne dotate di vita” (tanto per rivangare ancora Baudelaire): spartiti vegetali su sfondi più o meno accesi, più o meno acidi, cangianti. Le sequenze squadrate delle architetture archeologico-industriali qui attorno (zona Mecenate) si sciolgono nella pittura di Giovanni Frangi nella M77 habitat-gallery. Una scala fa da tramite ai due atti, separando i due momenti, conciliati e racchiusi in un’unica trama naturale, un mondo fluido plasmato secondo la matrice della forma-“foglia” dell’artista sulle orme dell’Urpflanze goethiana (vedi Allest Ist Blatt).

Primo atto/piano: galleggiare come una delle sue ninfee sparse per i 5 teleri-stagni, lasciandosi cullare da quella specie di liquido amniotico vegetale (a tratti cosmico) nero “sorpreso” dall’indifferenza (voluta) del bianco. Piano terra: tornando nella giungla (con leggi annesse e connesse) giù da basso, attirati e accecati dalla calamita gialla che fa da sfondo ad una delle sue betulle esotiche, l’atmosfera vaga tra tronchi e fittoni in un ritmo serrato e intricato di archetipi vegetali che (si) rimbalzano da una parete all’altra. Qui convivono svariate acidità cromatiche che Giovanni ha saputo risolvere in una “musica collettiva” composta da toni, colori, contrasti (grazie al supporto pittorico di un contraltare color malva che fa girare il tutto, come il bianco ninfea nella stesso “palco” su in alto) – tangibili realtà ed echi primordiali… il ritmo della natura secondo la “sua” legge: l’automatismo segnico vegetale di Frangi, essenza fluida della sua opera da cui prendono forma e “foglia” le sue tele.

intervista a giovanni frangi giungla
Giovanni Frangi, Ninfee II (particolare). Foto ArtsLife

Due piani separati, due storie separate, uno spirito in comune.

Una mostra divisa in due situazioni che hanno una loro autonomia. Un loro spirito proprio. Non sono due mondi separati, anche se durante la costruzione della mostra la stanza al primo piano ha preso quasi subito forma, cinque grandi ninfee che dialogassero tra loro da sole, tutte della stessa grandezza, mi ero accorto che rappresentavano un passo in avanti. Una stanza ben definita.

Di sotto invece cos’hai ricreato?

La realizzazione della stanza sotto è stata più complicata. Si poteva articolare in tanti modi diversi, ho cominciato facendo quadri su sfondi rossi diversi che però risultavano subito molto forti rispetto al piano sopra. Se quella di sopra è “semplicemente” una stanza delle ninfee, in quella di sotto invece ho cercato di trovare un’assonanza cromatica tra dei trittici quasi  esotici (non pensati come trittici ma esposti come se lo fossero). Ho sempre cercato di evitare una sorta di disordine, le mie mostre sono sempre state quasi armoniose dal punto di vista cromatico, c’è sempre questo fil rouge che non cerca contrasti. A volte però penso che i contrasti servano proprio, come in questo caso. Penso che il risultato sia ottimo. Alla fine credo che sia stato un bene creare due mostre in una.

Mostra “doppia” che segue e completa la serie di mostre di questi anni. Se però per queste ultime esposizioni hai dovuto allestire adeguandoti a ciò che ti circondava – colori, spazi e luci varie (Sala della Meridiana, Orto Botanico, …) – qui invece ti sei confrontato solo con le pareti bianco-“normali” della M77.

Certo, degli spazi così adatti ad esporre tele come le mie in questo senso mi hanno spinto a presentare delle opere come delle “opere-punto” nella loro semplicità. Ho cercato meno un disegno installativo particolare lavorando proprio sulla energia di una singola opera.

Non ti sei dovuto adattare ad altro e plasmarti ai contrasti del luogo, anzi! Ne hai apportati di tuoi. Hai dovuto “generare” la tua opera/le tue nature ex novo. Ragionare sulla singola opera al di là del contesto.

Ogni spazio presenta delle situazioni inaspettate che io cerco di sfruttare perché spesso è dal rapporto con l’ambiente che ho trovato un motivo di ispirazione. Questo è uno spazio neutro. Di una particolare bellezza anche poetica. A me piace la periferia. Un lavoro come il mio in uno spazio del genere penso sia proprio perfetto. Acquista un valore aggiunto formidabile. Guardi l’opera in una maniera più fredda. Era quello che volevo.

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Serie di Ninfee Allest ist Blatt che guardano l’esterno. Foto ArtsLife
giovanni frangi giungla
Piano terra: immersi nella giungla.. Heliconia, Ansedonia e Tarajal. Foto ArtsLife

Contrasti e singolarità dell’opera. Da dove fioriscono sulle tele le ninfee, 4 su sfondo nero, 1 su bianco (tutte 2 metri per 3)?

Ho cominciato facendole per la mostra a Padova (Allest ist Blatt/Orto Botanico) in cui erano semplicemente dei disegni neri sulle tele bianche. Durante e dopo la mostra ho fotografato le ninfee all’interno del giardino. Da lì ho cominciato a sperimentare, a farle colorate, su sfondo nero. Sono quindi delle Ninfee padovane.

Avevi già lavorato col nero?

Sì, mi era già capitato in un paio di occasioni: a Siracusa quando ho fatto i quadri con gli Albatros e il mare e a Villa Manin con la serie di San Cristoforo, ma erano esperimenti… La tela nera poi l’avevo utilizzata anche per il MAXXI, tanto è vero che il primo quadro delle ninfee su tela nera è stato fatto su una tela che mi era avanzata.

Cos’hai trovato nel nero che il bianco non ha (oltre la valenza cosmica e astrale)?

Proprio a Roma ho cominciato a capire che c’era una valenza interessante, in quanto la sintesi che riuscivo a trovare dipingendo era più rapida perché già il nero chiudeva in qualche modo l’immagine e ne definiva la forma.

Nero, con le sue mille sfumature.

Eh sì, il “problema” del nero è quello. A volte ho usato delle tele nere, a volte delle tele nere che ho dipinto io. Evidentemente ognuno di noi pensa che il nero sia nero. Ma quanti sono i neri? Il nero cambia come riflette ovviamente, c’è quello avorio, quello di marte, quello opaco, quello lucido, … Franz Hals diceva che ci sono settanta tipi di nero diversi. D’altronde Burri ha lavorato sui neri e le opere ultime son solo nere, ma che movimento hanno quelle opere? Ero già caduto in quel problema per un periodo anche abbastanza lungo ai tempi di Nobu…

intervista a giovanni frangi giunglaPrimo piano: Sala delle Ninfee. Foto ArtsLife

La ricerca di equilibri giocando con gli spazi all’interno del quadro, la declinazione del nero nei cellotex (Burri).

Il nero ha quella prerogativa di essere un colore che tu non acquisisci subito, non ti arriva immediatamente perché l’occhio deve abituarsi più lentamente. Ogni tanto anch’io “muovo” del nero.

E il nero sfondo delle ninfee è spezzato dalla “sorpresa” bianca che contrasta e la arricchisce.

Ho fatto quella su tela bianca, una sola, per creare proprio una sorta di sorpresa. L’avevo in testa fin dall’inizio.

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Ninfea Bianco, Ninfea nera. Foto ArtsLife

Imponi il tuo ritmo, all’esterno nell’allestimento, all’interno dell’opera in una sorta di spartito musicale, come quello dei Segni/Costellazioni di Lotteria Farnese per esempio. Qui nei tronchi, come nelle ninfee…

Sono delle forme in cui io cerco di trovare dei momenti in cui hai il ritmo. Devi trovare il ritmo di pieno/vuoto, di cose, alterno segni a spazi vuoti. Ogni tanto mi piace lasciare questi spazi. L’impostazione di questi quadri dev’essere molto veloce e se sbagli l’impostazione sei un po’ fregato, non li recuperi più.

Sembra quasi tu voglia fondere fiori e foglie delle ninfee, così come il cielo e la terra, come se tutto galleggiasse in questo liquido primordiale..

Sì, sono come immagini prese un po’ dall’alto in cui ho cercato di dare un senso di profondità. Quel nero è un nero metà acqua metà cielo. La componente interessante di usare questi fondi è quella di lavorare un fondo come se fosse una superficie astratta in cui il movimento del segno crea questa relazione di contrasto.

Superficie per intero in cui io ci ritrovo dei mondi, in senso letterale! Guarda qua se non affiora una carta geografica del mondo… (vedi foto qua sotto)

Ne avevo sentite di ogni, tipo che il nero non è acqua o le ninfee non sono ninfee, ma questa del “mondo” non l’avevo ancora sentita. Vorrà dire che mi devo confrontare con Boetti ora…

intervista a giovanni frangi giungla
In fondo alle scale… Bel Air, 2015. Foto ArtsLife

Tesserai delle ninfee sulla mappa… ma prima – spostandoci idealmente al piano di sotto della M77 e imbattendoci nello spaccato di “Bel Air” (vedi foto qua sopra) sfondo giallo acido – “quello piace tantissimo. È immediato e potente. Anche la collocazione aiuta.” – torniamo sulla terra (a piano terra) nella selva di rami, foglie e tronchi. Le forme che prendono fluidamente corpo (Heliconia, Ansedonia, …) sono dei fittoni, delle radici, quasi che l’esteriore diventi interiore, il tronco “rizomatico”. Fondersi tra due livelli/mondi, dentro terra, fuori terra. Un attaccamento alla terra, alla realtà, che guarda anche l’arcadico, il primordiale, il vergine..

Potrebbe essere proprio così. Viene fuori tutto in modo automatico penso.

Una serie di tronco-fittoni (BX, AZ, RG – un po’ lo richiama anche il nome) poi sembrano dei negativi, opere colpite dai raggi IR, come se avessi passato le tele ai raggi o fossero dei calchi.

C’è questo fatto: più di dieci anni fa ho passato un periodo abbastanza lungo a San Francisco, dove feci anche una mostra, e ho lavorato in un laboratorio dove ho eseguito una serie di monotipi. Il fascino del monotipo è che tu lavori su una superficie rigida, poi attraverso un foglio bagnato stampi quello che hai disegnato e il risultato è una sorta di impronta.

Esatto!

Un procedimento che può essere simile ad una stampa ma che è completamente diverso. Quindi di quello che tu hai fatto resta solo l’impronta. Il secondo step del monotipo è il cosiddetto ghost, il fantasma: la seconda prova, la stessa immagine più tenue appunto come un fantasma. Fatto sta che ogni tanto ho provato a farlo anche qua. Mi ha sempre interessato questo fatto dell’impronta, come se fosse un’immagine in cui dai una sensazione particolare, in cui riduci un intervento gestuale e lasci solo un segno. L’impronta di una bestia che cammina sulla neve e lascia il segno che segna.

Un’impronta, un’impressione!

È come se volessi realizzare dei quadri come fossero delle impronte. Quelli azzurri, per esempio, sembrano quasi delle stampe, delle cianografiche. Le ho dipinte secondo tre concetti: 1) Fondo azzurro più chiaro; 2) Più scuro; 3) Blu-verdastro. Bastano pochi componenti per creare un’immagine che abbia una sua uniformità.

Oltre l’azzurro, il verde, il rosso e il giallo. Meno “impronta”, più un segno e colore marcati. Hai dovuto far andare d’amore e d’accordo cromie più “naturali” con quelle più “acide”.

Avevo bisogno di spostare un po’ il mio lavoro. C’è stato un periodo in cui facevo dei quadri più tenui ma l’uso del colore così un po’ spregiudicato mi viene abbastanza automatico, può essere un valore aggiunto.

È spregiudicato dire che c’è un qualche richiamo “astratto” in alcune opere, vedi ad esempio le ninfee Urpflanze.

È un problema che si è posto spesso, è un mio modo di risolvere delle immagini. Parto sempre da delle immagini che poi vanno ad assumere un’apparenza quasi astratta.

Scomodiamo un po’ De Kooning o De Stael.

Va beh, giganti. De Stael resta un grande pittore figurativo. Dietro ad “Agrigento in estate” vedi un mondo. Io parto sempre da quello, non riuscirei a livello grammaticale a pensare un quadro informale. Mi è capitato una volta tanti anni fa di dipingere come se fossi un pittore informale, suggestionato da certi pittori austriaci neo informali. Mi ricordo che per alcuni mesi avevo scelto quella strada, poi però mi ero accorto come non appartenesse al mio dna, nel senso che non riuscivo a capire il limite.

La forza dell’artista.

Certo, quella di capire il momento in cui devi dire “Ok, fatto”, è difficilissimo e in quel caso non riuscivo.

Riesci bene però col “tuo” segno automatico.

Ora mi accorgo e capisco proprio a livello automatico quando devo staccare. In quel caso non me ne accorgevo, per cui c’era proprio un limite. Il fatto di capire adesso che devo staccare è perché nella mia testa quell’immagine è chiara. Dopo non m’interessa che sia chiara per gli altri.

“Dietro la mutevole forma naturale,

c’è sempre l’immutabile realtà pura”

(Piet Mondrian)

giovanni frangi giungla
Giovanni Frangi, Heliconia Paradise I, 2014 (particolare). Foto ArtsLife

La Natura è un tempio dove colonne dotate di vita

lasciano talora uscire parole incerte e confuse;

l’uomo attraversa foreste di simboli

che l’osservano con sguardi familiari.

Come echi prolungati che si confondono da lontano,

in un’unità oscura e profonda,

vasta come la notte e come la luce,

i profumi, i colori e i suoni si rispondono a vicenda.

(da Corrispondances, Spleen et idéal – Baudelaire)

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IL DIARIO

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LA MOSTRA
GIOVANNI FRANGI – La Legge Della Giungla
26 maggio – 12 settembre 2015

Realizzata appositamente per i suggestivi spazi della galleria, la mostra La Legge Della Giungla segna il ritorno dell’artista Giovanni Frangi a Milano dopo cinque anni di assenza dalla sua città natale. In un momento così significativo per il capoluogo lombardo, a culmine del suo processo di “re-invenzione” post-industriale non solo sul fronte architettonico ma di vera riscrittura identitaria, l’artista decide di tornare ad esporre non più per raccontare la città, ma per portarle in dono una visione nuova, che riassume tutti i mondi intercettati nel corso dei “laboratori nomadi” di questi anni.

La mostra presenta opere di grande formato che ricreano un’atmosfera arcadica, talvolta primitiva, dominata dalla natura. Le tele divengono quasi schermi su cui si proietta una realtà ormai dimenticata talvolta forse in conflitto con quella quotidiana e si riempiono di elementi di ispirazione tropicale, con rami, foglie, arbusti e ninfee. La Legge della Giungla non propone un richiamo nostalgico alla vita agreste, ma anzi vuole indagare la difficile relazione tra natura e città, proporre una visione nuova, una nuova chiave di lettura in cui si fa strada l’ipotesi del superamento di un conflitto che dura da sempre.

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