22 Novembre 2025 -
31 Gennaio 2026
Fondazione Sandra e Giancarlo Bonollo per l’arte contemporanea
Thiene (VI)
A cura di Federica Angelucci
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Il fotografo sudafricano Pieter Hugo presenta una galleria di ritratti che rivela l’approccio intimo dell’artista nei confronti dei soggetti fotografati

 

Negli spazi di Fondazione Bonollo, Pieter Hugo espone una galleria di ritratti fotografici di persone incontrate negli anni, in diversi contesti geografici e sociali, che nella loro composizione rivelano l’approccio intimo dell’artista nei confronti dei soggetti fotografati. Ciò a cui l’osservatore assiste è l’immagine di un momento di quiete e di forte connessione di sguardi.

Spiega l’artista: «Molto del mio lavoro si inserisce nella tradizione post-documentaria, ed è teso ad indagare la veridicità e le possibilità del medium fotografico. Tuttavia, ciclicamente torno a ciò che mi ha attratto da sempre nella fotografia: la curiosità, l’essere presenti nel mondo, la transitorietà, il chiaro legame della fotografia con la morte. Esplorare come un’immagine possa essere “sufficiente”, senza bisogno di essere nient’altro che una testimonianza del tempo, del fatto che qualcuno ha osservato, preso una posizione o provato un impulso abbastanza forte da volerne realizzare una».

Nella sua pratica, Pieter Hugo è interessato a indagare la verità e le possibilità del medium fotografico. Ritratti a figura intera o a mezzo busto, spesso nudi, i suoi soggetti guardano fisso l’osservatore, diventando protagonisti di una scena che prende le distanze da tutto ciò che è accaduto prima o accadrà dopo.  I volti e i corpi delle persone incontrate da Hugo raccontano la loro identità al di fuori di stereotipi o categorie. In mostra, i ritratti diventano una mappa possibile dell’umano contemporaneo: densa, non semplificata, in cui ciascuna persona è colta nella sua irriducibile singolarità.

Gli scatti di Hugo rivelano l’influenza del linguaggio della medicina legale e della sorveglianza, ma anche della storia dell’arte. Per la serie There’s a Place in Hell for Me and My Friends, che include anche un autoritratto, Hugo si è ispirato alla fotografia dermatologica in ambito medico forense: segni e pigmentazioni cutanee diventano traccia di informazioni nascoste. Manipolate digitalmente, ridotte alla bicromia del bianco e nero, le immagini esaltano le imperfezioni dei volti, in controtendenza rispetto ai canoni di bellezza nella pop-culture, e le contraddizioni delle distinzioni razziali basate sul colore della pelle.

In mostra sono presenti alcuni scatti della serie Solus Vol. I: modelli selezionati via street-casting, ritratti su fondo neutro, invitati dall’artista a presentare sé stessi con sincerità e senza filtri, compongono uno spazio di riflessione sui valori che costituiscono l’estetica mutevole dell’industria della moda. Approfondisce Pieter Hugo: «Se la normalità è simmetrica, io sono attratto dall’asimmetrico. La rigidità di un’andatura normale dev’essere soffocante. La società vuole esercitare controllo, attraverso uno stato binarietà in cui tutto è equilibrio e risoluzione». Colti nella loro vulnerabilità, i soggetti sono il pretesto per soffermarsi su cosa significa sentirti fuori posto, asse portate della pratica di Hugo.

In Gabrielle and One of Her Sisters e Last Days of Breastfeeding, i riferimenti alla storia dell’arte che punteggiano il linguaggio visivo di Hugo si fanno più evidenti. Nel primo caso, l’opera del passato viene privata di tutti i dettagli circostanti per lasciare che lo spazio dell’immagine sia interamente occupato dai corpi nudi delle due figure, in un’atmosfera tra erotismo e tenerezza. Il secondo ritratto, una madre col bambino, è l’unico in mostra che lascia intravedere un interno domestico. La scena riporta alla memoria le tante Madonne con Bambino di età rinascimentale: sebbene Hugo non mostri il seno con la stessa evidenza di molti dipinti storici, si percepisce un’intimità altrettanto voluttuosa e innocente.

Temi come la giovinezza e la mascolinità sono affrontanti da tre ritratti a colori. Truck Driver emana un’esuberanza delicata, uno sguardo limpido e aperto al mondo; Shaun Oliver guarda dalla prospettiva della mezza età, con un’aria sfidante e ironica, una rock star improvvisata; Jakob, il figlio adolescente dell’artista, si presenta allo spettatore nel disagio di una ferita fresca al volto. La vulnerabilità così naturalmente esposta diventa un punto di forza, esalta la sua presenza e mette in luce il caos affascinante della giovinezza.

La mostra si chiude con un non-ritratto, Crow’s Feet, Cape Town (2018), parte della serie What the Light Falls On composta da oltre 100 immagini realizzate negli ultimi 23 anni, in cui l’obiettivo di Hugo si concentra con delicatezza sulla nascita, la morte e i riti intermedi dell’esistenza. Lo scatto esposto si avvicina a un dettaglio del viso, l’occhio, incarnando l’essenza di Affinità: l’occhio e lo sguardo come locus dell’incontro tra il fotografo e le persone.

Con i due nuovi progetti espositivi la Fondazione Sandra e Giancarlo Bonollo per l’arte contemporanea rinnova il proprio impegno nella valorizzazione dei migliori talenti del panorama artistico internazionale e nella costruzione di un crocevia internazionale, che dal cuore di Thiene rivolge lo sguardo verso lo scenario culturale internazionale.

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