«Ho immaginato il Padiglione Venezia come un ritorno alle sue note più profonde, a ciò che rimane. Un padiglione relazionale, in cui le opere non si limitano a essere osservate, ma attivano connessioni tra persone, storie e percezioni» – Giovanna Zabotti
Un progetto che si si sviluppa in una sequenza di ambienti, ognuno dei quali rappresenta quattro dimensioni simboliche della città.
La prima Venezia è quella collettiva che prende vita nello spazio dedicato agli “Artefici del Nostro Tempo”, concorso rivolto alle nuove generazioni di artisti e alle pratiche emergenti.
La seconda dimensione è quella mitologica e prende forma nel lavoro del pianista Dardust, con una composizione originale eseguita all’interno di un’installazione immersiva, ideata dallo scenografo Paolo Fantin in collaborazione con un team di ingegneri internazionali di Cisco e H-Farm. L’opera reagisce ai suoni, ai movimenti e ai dati ambientali della città e alle parole scritte dai visitatori, generando ogni volta un paesaggio musicale unico e in continua trasformazione.
La terza voce è la dimensione sommersa della città, evocata dalle sculture di Alberto Scodro, che esplora ciò che sostiene Venezia ma rimane invisibile, se non in particolari condizioni della marea. Le opere si configurano come stratificazioni materiali che si formano sotto la superficie dell’acqua, nascono dalla fusione e dall’agglomerazione di sabbie, vetri, pigmenti e residui di materiali, dando vita a forme che ricordano concrezioni geologiche e sedimentazioni naturali.
L’ultima dimensione è quella domestica affidata a Diario veneziano di Ilya ed Emilia Kabakov, realizzata con la collaborazione degli abitanti della città. L’opera prende forma attraverso un ampio progetto partecipativo che raccoglie oggetti della vita quotidiana prestati dai veneziani che esprimono il loro legame con la città.