Una grande mostra internazionale restituisce, attraverso il dialogo tra archeologia e arte contemporanea, la profondità storica e culturale di Gaza come crocevia millenario di scambi, culture e credenze. Il progetto invita a superare una lettura esclusivamente contingente del presente, per riflettere sul valore universale del patrimonio come spazio di memoria, identità e futuro.
La mostra riunisce circa ottanta reperti archeologici provenienti da Gaza e dal bacino del Mediterraneo, insieme alle opere di sette artisti contemporanei palestinesi e internazionali: Samaa Emad, Mirna Bamieh, Khalil Rabah, Vivien Sansour, Wael Shawky, Dima Srouji e Akram Zaatari. Il percorso è arricchito da materiali fotografici dell’archivio UNRWA, che documentano la vita quotidiana a Gaza, intrecciando storia e testimonianza visiva.
Attraverso quattro sezioni tematiche, il progetto costruisce un itinerario che attraversa tempo e spazio. Il tema della fragilità del patrimonio emerge fin dall’inizio, con un focus sulla distruzione non solo dei siti archeologici, ma anche delle comunità che li abitano e li tramandano. La mostra allarga poi lo sguardo al ruolo storico di Gaza come nodo strategico tra Africa, Asia e Mediterraneo, evidenziandone la funzione di ponte culturale e commerciale fin dall’Età del Bronzo.
Reperti come ceramiche, anfore, monete e manufatti raccontano la densità degli scambi e delle ibridazioni culturali, mentre oggetti d’uso quotidiano e testimonianze letterarie restituiscono la dimensione umana delle relazioni nel Levante antico. La pluralità delle tradizioni religiose e rituali, infine, mette in luce una storia millenaria di convivenze e sincretismi.
Accanto ai reperti archeologici, le opere contemporanee attivano un dialogo diretto con il presente. Le pratiche degli artisti trasformano la memoria in materia viva: Khalil Rabah riflette su sradicamento e paesaggio, Wael Shawky rilegge la storia come costruzione stratificata, Samaa Emad ricompone memorie familiari e collettive, mentre Mirna Bamieh e Vivien Sansour esplorano il legame tra terra, corpo e resilienza. Akram Zaatari e Dima Srouji indagano, invece, la fotografia e l’immagine come tracce fragili di identità e perdita.
GAZA, il futuro ha un cuore antico si configura così come uno spazio di confronto tra archeologia e contemporaneità, in cui la memoria non è archivio statico ma processo attivo. La mostra invita a interrogare la responsabilità collettiva nella tutela del patrimonio culturale, riconoscendolo come eredità condivisa e come possibilità di futuro.