Non c’è artista che connetta gli anni Ottanta, il loro impatto sul presente, e l’opulenza, la decadenza e la crisi dei sistemi democratici in occidente meglio di Karen Kilimnik (vive e lavora a Philadelphia). La sua pratica attraversa pittura, fotografia, scrittura e assemblage, intrecciando storia dell’arte e cultura popolare, moda e letteratura. Le opere agiscono attraverso immagini riconoscibili, paesaggi romantici, figure aristocratiche e icone pop, risignificate in mondi nuovi che interrogano le strategie di costruzione dell’identità e del desiderio. I dipinti, spesso ingenui e apparentemente semplici, destabilizzano le gerarchie visive, mentre gli assemblage ribadiscono la rilevanza del display non
come supporto, ma come occasione per costruire una situazione che accenna a una dimensione narrativa.
Cadabra presenta una selezione di opere dagli anni Ottanta alle produzioni più recenti e mette al centro la magia come alfabeto e strumento centrale nel linguaggio dell’artista. Per Kilimnik la magia è un dispositivo estetico e narrativo capace di produrre realtà autonome e incantate, vere finché la finzione lo consente. La parola, presente nei primi disegni e nei lunghi titoli dei quadri, funziona come un incantesimo che trasfigura immagini comuni. La magia è rifacimento e imbellettamento, ma anche messa in crisi dell’opposizione tra autenticità e finzione. L’artista insiste sulla ripetizione e sulla replica, spesso con scarti minimi, esponendo la fragilità delle immagini, la possibilità che le stesse raffigurazioni operino su piani diversi, anche narrativi, e le modalità con cui si produce il desiderio. La pratica di Kilimnik dilaga nello spazio espositivo: attraverso la combinazione di pittura, arredo e decorazione, l’artista definisce ambienti immersivi e scene complesse, altri mondi.