Fondazione ICA Milano | CHRISTINE SAFA. C’era l’acqua, ed io da sola

Fondazione ICA Milano

Fondazione ICA Milano 

presenta

 

CHRISTINE SAFA

C’era l’acqua, ed io da sola

A cura di Alberto Salvadori 

 

18 gennaio  – 6 marzo 2022

Fondazione ICA Milano presenta, da martedì 18 gennaio a domenica 6 marzo 2022, la mostra C’era l’acqua, ed io da sola, prima personale italiana di Christine Safa (Francia, 1994) a cura di Alberto Salvadori. Allestita al primo piano della Fondazione, la mostra comprende una selezione di lavori inediti di Christine Safa, pittrice di origine libanese diplomata all’Ecole des Beaux Arts di Parigi, dove tuttora vive e lavora.

Il suo lavoro è influenzato dai frequenti viaggi in Libano, e in particolare dal suo legame con Beirut, dove ha passato molto tempo durante l’infanzia e dove ritorna spesso. I suoi dipinti, caratterizzati da giustapposizioni di luce, forme, e colori, raccontano una dimensione familiare e intima da una prospettiva poetica e malinconica, quasi lontana. Attraverso la propria arte, l’artista cerca di appropriarsi di una storia tramandata oralmente dai suoi genitori. Safa, infatti, integra le memorie familiari con assidue ricerche, innumerevoli letture di opere geopolitiche e viaggi nel Middle East, per scoprire e capire il Libano, che ama e vuole conoscere.

Oltre alla trasmissione delle proprie origini, Safa tenta di rappresentare elementi unici del paesaggio e dell’atmosfera che ha incontrato nei suoi viaggi in Libano, focalizzandosi sull’unicità geografica della luce e dell’aria che avvolgono volti e corpi, a loro volta riflessi, o sommersi, dal Mar Mediterraneo. L’importanza conferita dall’artista alla trasmissione della storia orale accompagna inoltre un altro elemento fondamentale nella sua pratica artistica, quello della stratificazione. La pittura di Safa si costituisce infatti come stratificazione della memoria, che diviene al contempo il processo stesso di lavoro. I colori usati sono da lei creati e composti: a partire da una base l’artista utilizza vari pigmenti e polveri di marmo, lavorando su molteplici stratificazioni di colore per raggiungere il risultato finale.

Proprio come nella storia orale, tale stratificazione ha il potere di modificare il sistema narrativo agendo sulla cancellazione della parola, riattivandone sfumature perdute e conferendogli talvolta declinazioni diverse fino ad arrivare al mutamento stesso del codice espressivo. Allo stesso modo la pittura di Safa è alterata attraverso un metodo pittorico capace di rendere le immagini quasi remote, indefinibili ed evanescenti, come in un sogno o in un ricordo.
In mostra, i numerosi volti diventano geografia di espressioni. Questi sono innalzati a soggetto di elezione proprio per la loro capacità di raccontare grazie alla bocca e al sistema vocale umano, rappresentando allo stesso tempo la possibilità di decifrare il linguaggio altrui e di interpretare l’altro. Nei lavori di Safa i volti perdono tuttavia connotazione e diventano paesaggio in sé stessi, assumendo una connotazione eterna.

Rimandi elegiaci al Libano, paese di origine dell’artista, traspaiono attraverso l’idea di un’atmosfera e di una luce mediorientale della quale sono infuse le opere di Safa, una luce che sembra appartenere a una memoria ricevuta e ora resa propria.

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