Fondazione ICA Milano | THE OTHER: A FAMILIAR STORY

Fondazione ICA Milano

Fondazione ICA Milano 

presenta

 

THE OTHER: A FAMILIAR STORY

Installazione multimediale ideata da Maria D. Rapicavoli che, seguendo le tracce di una storia vera, indaga temi delicati quali la violenza di genere, l’abuso domestico e il patriarcato, legati alla condizione di alienazione e invisibilità di chi emigra.

A cura di Alberto Salvadori 

 

18 gennaio  – 6 marzo 2022

Fondazione ICA Milano presenta, dal 18 gennaio al 6 marzo 2022, il progetto The Other: A Familiar Story, ideato da Maria D. Rapicavoli e commissionato da The Shelley & Donald Rubin Foundation di New York for the 8th Floor, in collaborazione con Westfälischer Kunstverein, Münster. Progetto realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (6. Edizione, 2019), programma di promozione internazionale dell’arte italiana della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

The Other: A Familiar Story ripercorre, attraverso un’installazione multimediale, le vicissitudini di una donna siciliana che, agli inizi del Novecento, è costretta a lasciare la propria terra e i figli per seguire il marito negli Stati Uniti. Prendendo spunto da una storia vera tramandata oralmente dalle donne della sua famiglia, Maria D. Rapicavoli costruisce un lavoro sulla memoria storica e personale e sull’uso dell’immaginazione come unico meccanismo di fuga dal contesto vissuto, trattando tematiche quali legate alla violenza di genere, l’abuso, l’alienazione, la dislocazione, l’invisibilità e la migrazione.

Il racconto, che segue un ritmo atemporale e spaesante, è intervallato da flashbacks e immagini in slow-motion che rimandano a geografie mentali più che fisiche. Le riprese del video su due canali, realizzate nei luoghi in cui ha vissuto realmente la donna, restituiscono un’ambientazione intima che ripercorre il viaggio psicologico intrapreso dalla protagonista attraverso la struttura sociale patriarcale dell’epoca.

La narrazione segue il percorso di una protagonista volutamente senza nome, costretta dalla società a sposare il suo stupratore e poi a seguirlo negli Stati Uniti trasferendosi a Lawrence MA, nei pressi di Boston. Si troverà a lavorare in una delle fabbriche tessili che all’epoca diede lavoro a milioni di italiani emigrati in America, per poi prendere parte in prima persona al famoso sciopero “Bread and Roses” del 1912 a Lawrence MA, segnando un capitolo importante nella conquista dei diritti civili dei lavoratori e delle donne. Prendendo spunto da Il secondo sesso (1949), saggio della scrittrice e filosofa francese Simone de Beauvoir, che contribuisce ad affrancare la donna dallo status “minore” che la obbligava a essere l’Altro dall’uomo, In The Other: A Familiar Story, la donna vive uno sdoppiamento tra la parte di sé che non ha diritto a una voce e la parte di sé costretta in una realtà che le è in gran parte estranea.

Questa dualità si concretizza tanto nel sentirsi Altra rispetto al marito quanto nel sentirsi Altra rispetto al contesto sociale in cui vive e diventa ancora più significativa quando l’Altra/o è un migrante, un individuo che si trova trascinato – suo malgrado – in un paese straniero. L’istallazione su due canali richiama al concetto di misterioso (l’Un-heimlich, il perturbante) che, secondo Freud, descrive la condizione in cui coesistono gli opposti stati di estraniamento e familiarità. Si tratta di una condizione particolare che genera una sorta di dualismo affettivo e fisico. Attraverso la doppia proiezione video, l’artista cerca quindi di ricreare questo dualismo atto a generare nello spettatore al tempo stesso il senso di estraneità e familiarità di cui l’opera tratta.

Partendo da una storia vera, il lavoro di Maria D. Rapicavoli accompagna lo spettatore in un viaggio disorientante e complesso, attraverso la scoperta di strutture fisiche e psichiche dell’esperienza vissuta da qualsiasi donna a prescindere dalla condizione spazio-temporale in cui si trova. L’atemporalità del racconto lega ancora di più la sua storia al momento storico che stiamo attraversando, rievocando anche gli anni tremendi della Grande Influenza del 1918-20, che la protagonista visse in prima persona, e riproponendo una domesticità ancora più alienante.

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