Atipografia

ATIPOGRAFIA | Arzignano

Atipografia, Arzignano

RINASCE ATIPOGRAFIA,

PROGETTO PER IL CONTEMPORANEO AD ARZIGNANO (Vicenza).

Con le attività di una associazione culturale e di una galleria in una sede di 800 mq interamente rinnovati, Atipografia proporrà una progettualità inedita dando vita a una nuova stagione d’arte nel cuore del Nord Est.

A inaugurare gli spazi espositivi il 21 maggio è Arcangelo Sassolino con la mostra Il vuoto senza misura, promossa dall’Associazione.

Atipografia, progetto per l’arte contemporanea fondato da Elena Dal Molin, riapre le porte al pubblico negli spazi interamente rinnovati dopo un importante lavoro di restauro e ridisegno funzionale.

L’antica tipografia arzignanese dà vita a un progetto culturale ineditoche coniuga la dimensione commerciale con la vocazione culturale attraverso la duplice azione di una associazione culturale e di una galleria. Questa dimensione ibrida integra e completa il lavoro che Elena Dal Molin ha condotto per anni a sostegno delle arti e degli artisti, dando vita a un crocevia del contemporaneo nel cuore del Nord-Est.  

La nuova identità si colloca nel segno della prosecuzione di quel luogo per gli artisti, per le persone e per le idee che da sempre Atipografia ha voluto disegnare.

Se da una parte infatti prosegue l’attività storica dell’Associazione, iniziata nel 2014 come no-profit per residenze d’artista e progetti site-specific, dall’altra in questa nuova configurazione l’apertura della galleria d’arte contemporanea proporrà una nuova stagione di progetti espositivi e una propria scuderia di artisti di diverse generazioni e provenienza geografica.

Il progetto di Atipografia riprende così il suo corso con rinnovata energia, espressa anche dagli ingenti lavori di adeguamento funzionaleiniziati alla vigilia della pandemia e realizzati dallo studio AMAA,che si è occupato del progetto di restauro realizzando ambienti di grande fascino, dove fare ricerca, esporre, incontrarsi e persino abitare

A inaugurare la nuova stagione di Atipografia – in una logica di forte continuità con la sua storia – è una mostra voluta e prodotta dall’Associazione: un intervento d’arte appositamente pensato da Arcangelo Sassolino intitolato “Il vuoto senza misura”. La mostra è accompagnata da un catalogo con un testo della storica dell’arte e curatrice Ilaria Bernardi.

Con la partecipazione di Arcangelo Sassolino, Atipografia conferma il proprio speciale legame con il territorio e la vocazione a una proiezione internazionale. Le macchine immaginifiche di Sassolino abitano gli spazi che per lungo tempo hanno ospitato la storica tipografia (da qui il nome) avviata dal trisnonnodi Elena Dal Molin. Una storia dalle radici antiche, ad un tempo industriali e culturali.

Come spiega Elena Dal Molin, «tipografia richiama il mondo della stampa, della parola scritta. L’aggiunta dell’alfa privativo – oltre al fatto che non è più una tipografia – rappresenta anche qualcosa che si racconta, qualcosa che deve essere ancora scritto. Qualcosa che si sta compiendo, che è fluido, che sta avvenendo ora. Per questo lo spazio si pone come un luogo dove venire e anche restare».

Le attività della Galleria prenderanno avvio da settembre.

ATIPOGRAFIA | La sede, la storia e il progetto di restauro

Atipografia ha sede negli stessi spazi dove per lungo tempo operava una riconosciuta tipografia di Arzignano, avviata dal trisnonno di Elena Dal Molin. Questa volontà di mantenere un legame con ciò che è stato è la ragione per cui si chiama così. Una storia dalle radici antiche, industriali e culturali assieme: gli spazi hanno ospitato una associazione culturale indipendente e sono ora sia un’associazione culturale che una galleria per il contemporaneo, restituiti come tali dal progetto di restauro firmato dallo Studio AMAA.

Diretto da Marcello Galiotto e Alessandra Rampazzo, sedi ad Arzignano e a Venezia, AMAA è uno studio riconosciuto a livello internazionale grazie soprattutto agli interventi sul nuovo Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Terni e sul Polo Civico Flaminio a Roma, antistante il MAXXI. Per Atipografia, lo studio di architetti ha riscritto gli 800 metri quadrati esistenti: a piano terra un giardino d’ingresso che dà accesso all’area espositiva e a una residenza con due appartamenti; al secondo piano, un giardino pensile con lecci e parrotiae gli uffici della galleria. Ogni dettaglio è stato curato con estrema attenzione, dai pavimenti dell’atelier che utilizzano un teak d’inizio Novecento proveniente da una scuola elementare del Borneo che riporta ancora tracce e scritte incise, fino alle finiture artigianali di grande maestria. Tutto in Atipografia è stato fatto a mano e su misura.

Lo spazio espositivo, con una grande parete in cemento e una parete di sasso lunga circa venticinque metri, ha struttura portante a colonne e soffitto a travi. «Le colonne testimoniano il passato dell’edificio– racconta Elena Dal Molin – e sono state valorizzate dall’intervento di restauro. Otto colonne si susseguono ritmicamente lungo tutto lo spazio: le prime tre sono in pietra e ricordano la prima vocazione dello spazio, una barchessa ad uso famigliare; altre due in mattoni prima traccia di ambizione e industria; infine, le ultime tre, risalenti agli anni Sessanta in cemento armato definiscono lo spazio come la tipografia del centro del paese. C’è anche l’accesso ad un sotterraneo che sarà aperto in futuro e probabilmente destinato a video installazioni.Oltre al ferro e al vetro, abbiamo utilizzato molto cemento, perché amo le potenzialità scultoree di questo materiale. Lo spazio al primo piano, un atelier lungo venti metri, è stato costruito negli spazi di quello che un tempo era il magazzino della carta, con una imponente architrave di cemento e ampie vetrate».

È così che l’antica tipografia di famiglia si è trasformata in una raffinata galleria e associazione d’arte.Prima della sua apertura, Elena Dal Molin era già attivissima nel mondo dell’arte, con l’associazione culturale che portava il nome di Atipografia e prima ancora con una lunga esperienza professionale a Milano. L’associazione ha iniziato ad operare dal 2014 come no-profit per residenze d’artista e progetti site-specific. Come spiega Elena Dal Molin, «tipografia richiama il mondo della stampa, della parola scritta. L’aggiunta dell’alfa privativo – oltre al fatto che non è più una tipografia – rappresenta anche qualcosa che si racconta, qualcosa che deve essere ancora scritto. Qualcosa che si sta compiendo, che è fluido, che sta avvenendo ora».

Atipografia ora amplifica la sua vocazione di arte come laboratorio culturale e officina di ricerca visiva, ma anche piattaforma per chi vuole esplorare il territorio dell’arte contemporanea.

Oltre agli spazi espositivi, infatti, la foresteriadà la possibilità di residenza su invito ad artisti per lavorare sui propri progetti di ricerca o a curatori o persone del mondo dell’arte che avranno così l’opportunità di fermarsi a scoprire gli itinerari culturali nel territorio. Un territorio ricco non solo di storia, ma anche di contemporaneo: la Cava Arcari, sulle colline di Zovencedo, ridisegnata da David Chipperfield Architects e illuminata da Viabizzuno su commissione del Laboratorio Morseletto; la Fondazione Coppola di Vicenza che promuove i linguaggi emergenti dell’arte contemporanea (TBC); lo studio dell’artista Arcangelo Sassolino a Trissino…

ATIPOGRAFIA | Un polo culturale e d’arte nel cuore del Veneto

Questo legame con la comunità localeè, assieme alla tensione internazionale, il cuore del progetto fortemente voluto da Elena Dal Molin. Le scuole del territorio, di ogni ordine e grado, saranno coinvolte in percorsi di educazione all’arte e come protagonisti sotto forma di mediatori culturali

ATIPOGRAFIA | Una nuova stagione d’arte

5 CAPITOLI VISIVI, 9 ARTISTI, 2 ANNI DI PROGETTI ESPOSITIVI

Il progetto e il lavoro di Atipografia con gli artisti si snoda e si sviluppa secondo veri e propri capitoli visivi.

Elena Dal Molin: «L’arte ha il potere di svelare ad un occhio umile e curioso una dimensione altra, che prende forza da ciò che non dice. Mi interessa la poesia, con il suo ritmo fatto di assenze e di immagini, e su questo fondo la mia ricerca.».

PRIMO CAPITOLO | ARCANGELO SASSOLINO| IL VUOTO SENZA MISURA

Mostra promossa dall’Associazione culturale Atipografia per inaugurare gli spazi rinnovati

Testo in catalogo di Ilaria Bernardi

21 maggio – 24 luglio 2022

Il primo appuntamento espositivo della nuova Atipografia è un assolo eccezionale: la mostra Il vuoto senza misuradi Arcangelo Sassolino. Una grande installazione site-specificche accoglierà dal 21 maggio 2022 il pubblico in mostra. La mostra avrà un testo in catalogo di Ilaria Bernardi.

 La mostra presenta quattro opere dell’artista e prende il nome dall’opera protagonista: Il vuoto senza misura(2022) è un enorme ventilatore in grado di produrre un vento con la forza di un uragano. Come scrive Ilaria Bernardi nel volume pubblicato in occasione della mostra: “È l’aria, come forza e materia invisibile ma presente, l’oggetto di indagine di questa mostra.” È la sfida umana alle forze fisiche di gravità, il raggiungimento e la percezione dei limiti. Il conflitto tra forza e resistenza, che ricorre in tutto il lavoro artistico di Arcangelo Sassolino, viene ulteriormente approfondito dalle altre opere presentate all’interno di Atipografia: Anche si anche no (2022), Marcus (2017) e Newton dice che…(2021).

ARCANGELO SASSOLINO

(1967) vicentino, è nato a Trissino dove tuttora vive e ha il suo studio. La sua formazione è eccentrica rispetto a qualunque altro artista. Ventenne, ha ideato un gioco tridimensionale ed è andato negli Stati Uniti per cercare un compratore. A New York ha fatto uno stage alla Casio: il prototipo non è mai stato realizzato, ma è rimasto cinque anni a progettare giocattoli per la multinazionale. Poi ha incontrato l’arte. Si definisce “scultore” e crea installazioni con macchine, materiali e congegni con cui mette a prova le leggi della fisica. Ha portato la sua poetica della tensione in decine di gallerie e spazi espositivi. Tra le mostre personali: «Arcangelo Sassolino, fragilissimo», Galleria dello Scudo, Verona, Italia 2019; «Arcangelo Sassolino», Villa Medici, Roma, Italia 2019; «Arcangelo Sassolino: Warped Matter, Curved Time», Pearl Lam Galleries H Queen’s, Hong Kong 2018; «The Way We Were», Galleria Continua / Le Moulin, Boissy-le-Châtel, Francia 2018.

 

SECONDO CAPITOLO | LA POETICA DELL’ESSENZIALE

Mostra promossa dalla Galleria d’Arte

La seconda stazione, tra settembre e novembre 2022, sarà la volta di quattro artisti: Gregorio Botta, Mats Bergquist, Mirko Baricchi, Mattia Bosco.

È una scena in cui si toglie, si scarnifica, si lavora per sottrazione. Il risultato è un mondo evanescente e denso, una partitura minima, uno scavo nell’essenziale.

GREGORIO BOTTA

(1953), vive e lavora a Roma.

Gregorio Botta (Napoli) artista di adozione romana, studia all’Accademia di Belle Arti di Roma dove segue i corsi del grande maestro T. Scialoja. Dopo la prima personale presso la galleria Segno di Roma nel 1991, riceve grande attenzione dalla critica in occasione di diverse esposizioni, quali Trasparenze dell’arte italiana sulla via della seta a cura di A. Bonito Oliva, Pechino, 1993; XII Quadriennale di Roma, 1996; Biennale dei Parchi, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma, 1998; mostra personale a cura di L. Pratesi, Istituto Italiano di Cultura, Colonia, 1998. Una ricerca sull’encausto mette Botta in relazione con la cera, materia che segnerà a lungo il suo lavoro. Quest’amore iniziale lo porta poi a creare opere con il vetro, il piombo, il ferro, e con elementi naturali quali il fuoco, l’acqua, l’aria. L’arte di disegnare con la luce, con la trasparenza e con la leggerezza gli permette di creare opere sempre più rarefatte che sottolineano un’arte del togliere, e che si pongono al confine della visibilità. Si tratta di una ricerca di radicale essenzialità sia negli elementi sia nelle forme. Sue opere appartengono a collezioni pubbliche e private, tra cui si ricordano Galleria Nazionale d’Arte Moderna, MAXXI, Macro, Roma; Palazzo delle Esposizioni, opera permanente, Roma; Madre, Napoli; Mart, Rovereto; Musma, Matera; European Community Bank, Francoforte; Philip Morris, New York.

MATS BERGQUIST

(1960), nato a Stoccolma, vive e lavora a Lövestad, Svezia.

È un maestro dell’antica arte dell’encausto. Tra le sue mostre personali si citano: Kunst-Station Sankt Peter Köln, Colonia (2011); Gunnar Olsson Gallery, Stoccolma (2013); Atipografia, Arzignano (2015); MANN – Museo Archeologico Nazionale Napoli, Napoli (2016); Galleria San Fedele, Milano (2018); Fondazione Cardinale Giacomo Lercaro, Bologna (2019); Der Moderne, Monaco (2019); ha inoltre appena concluso un’importante personale alla Royal Swedish Academy of Fine Arts di Stoccolma (2022).

Ha prodotto installazioni pubbliche, tra cui si citano: Sweden House, Bruxelles (2009); Bocconi University, Milano (2011); Chiesa di San Fedele, Milano (2019).

MIRKO BARICCHI

(1970), nato a La Spezia, vive e lavora tra La Spezia e Sovizzo (Vi).

Pittore, gocce e fogliame in un’atmosfera inafferrabile, dal tempo fermo e inquieto.

Tra le mostre personali più importanti troviamo: Galeria Barcelona, Barcellona (2010); Mus-e Museum, Fondazione Cassa di Risparmio della Spezia, La Spezia (2014); Galleria San Ludovico, pinacoteca Stuard, Parma (2015); Atipografia, Arzignano (2016); CAMeC, la Spezia (2017); Cardelli & Fontanta, Sarzana (2018); Galerie Molin Corvo, Parigi (2020).

I suoi lavori si trovano, tra gli altri, presso: CAMeC, Centro Arte Moderna e Contemporanea, La Spezia; Fondazione Biscozzi Rimbaud, Lecce; BoCs Art Museum, Cosenza; e in numerose collezioni private.

MATTIA BOSCO

(1976), nato a Milano, vive e lavora tra Milano e la Val d’Ossola.

Scultore di formazione filosofica. Il presupposto di tutte le sculture in pietra di Bosco è che la materia è sempre una materia già informata. Ogni pezzo di pietra viene scelto per le sue qualità formali implicite ma visibili in superficie: linee, piani, angoli, convergenze, sono già prefigurate e chiare sotto traccia. Il gesto dello scultore asseconda le suggestioni presenti nel marmo rivelandone le geometrie presenti in filigrana. Ha esposto presso: Limewharf, Londra (2013); Museum Tinguely, Basilea (2015); Atipografia, Arzignano (2015); Museo Diocesano, Milano (2015); Ex Cimitero San Pietro in Vincoli, Torino (2018); Palazzo Borromeo, Milano (2019); Galleria Fumagalli, Milano (2022).

A settembre 2022 è prevista una mostra presso il Parco Archeologico del Colosseo a Roma.

TERZO CAPITOLO | LA POETICA DEL FANTASTICO

Mostra promossa dalla Galleria d’Arte

La terza stazione, tra novembre 2022 e gennaio 2023, vedrà in scena Denis Riva.

È un paesaggio di animali e umani, un bio-mondo che si muove in vere e proprie drammaturgie sceniche, irreali e perturbanti.

DENIS RIVA

(1979), nato a Cento, vive e lavora a Follina (TV).

Un artista, un pittore e un illustratore, molte delle sue opere nascono dal riuso dei materiali. pannelli di guardaroba, carta e vecchie lettere, anche colori e macchie si trasformano in una scena, dove i protagonisti sono sempre l’uomo e la natura.

Ha esposto presso: Palazzo del Governatore, Cento (2009); D406, Modena (2014); MUSAS Museo Storico Archeologico, Sant’Arcangelo di Romagna (2015); Atipografia, Arzignano (2016); Palazzo Sforza, Museo Varoli, Cotignola (2016); Palazzo del Podestà, Rimini (2020).

QUARTO CAPITOLO | LA POETICA DEL TEMPO

Mostra promossa dalla Galleria d’Arte

La quarta stazione, tra febbraio e aprile 2023, presenterà Stefano Mario Zatti, a cura di Robert Philips, e Diego Soldà, a cura di Luca Massimo Barbero. Gli artisti sono un’esclusiva della Galleria d’Arte.

È un dispositivo di rintocchi, ritorni, ritmi. È il potere del rituale. È l’affacciarsi all’indecifrabile, a ciò che sfugge, che sborda dalla possibilità di incasellare e fermare.

STEFANO MARIO ZATTI

(1983), nato a Padova, vive in provincia di Venezia.

Le sue opere nascono dallo studio delle tradizioni spirituali dell’uomo: dallo sciamanesimo alla liturgia egizia, dallo gnosticismo all’alchimia. È nell’intimità personale che le opere dell’artista trovano la loro origine, per arrivare inaspettatamente a una qualche verità, una radice necessaria. Con il progetto Riserva Artificiale, ha partecipato a diverse mostre, tra le quali: “50. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia” (Venezia, 2003); “Emergenze” (Fondazione Pistoletto, Biella, Torino, 2004); “Empowerment. Cantiere Italia, radiografia dell’Italia che cambia attraverso 60 artisti” (Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce, Genova, 2004); “Petrologiche” (Galleria A+A, Venezia, 2004). Ha successivamente esposto, con il proprio nome, nell’ambito delle collettive “Achtung” (Accademia di Belle Arti, Vienna, 2006). Dal 2007 la sua ricerca diventa intima e introversa, ma continua. Il risultato è un imponente corpus di lavori suddiviso in 17 mondi che, nel 2016 viene conosciuto da Elena Dal Molin, dando vita ad una prolifica collaborazione che porta prima alla collettiva “Tre anni sulla pietra” (Atipografia ass. cult., Arzignano, 2017) e poi alla sua mostra personale “Ecumene” (Atipografia ass. cult., Arzignano, 2019).

 DIEGO SOLDA’

(1981) nato a Arzignano (Vi), vive e lavora a Chiampo (Vi).

Un pittore con il rigore di uno scienziato che studia il tempo e i gesti quando interagiscono con i materiali. Il risultato sono dipinti che a volte diventano tridimensionali, trasformandosi in scultura, e che danno forma concreta all’attesa. Diego Soldà si è formato tra Venezia e Milano. Giovanissimo, inizia ad esporre in laguna partecipando alla 83.ma, 84.ma e 85.ma collettiva Bevilacqua La Masa e prende parte a numerose mostre collettive, esponendo, tra gli altri, presso: Museo della Permanente, Milano (2002); Basilica Palladiana, Vicenza (2004); Pinacoteca Nazionale, Bologna (2007); Palazzo Monferrato, Alessandria (2015); Galleria San Fedele, Milano (2016).

 

QUINTO CAPITOLO | LA POETICA DEL DUBBIO

Mostra promossa dalla Galleria d’Arte

La quinta stazione, tra maggio e luglio 2023: è la volta di Josh Rowell, a cura di Andrea Maffioli. Josh Rowell in Italia è rappresentato solo da Atipografia.

È un apparato di segnali e di scritture, dove le cromie sono alfabeti intuitivi e algoritmi seduttivi. La narrazione è sincopata, ci chiede uno sforzo e ci lascia in balia alla necessità di decidere.

JOSH ROWELL

(1990), nato a Kent, vive e lavora a Londra.

Mentre la tecnologia modella le nostre vite contemporanee, l’artista bilancia le tecniche analogiche con la natura istantanea dell’era digitale. Rowell ha esplorato tanti linguaggi, dalla pittura astratta alla scultura, installazioni luminose e video-sonore: alla fine, dice, tutto si può semplificare «a decisioni sì/no».  Nel 2016 viene inserito all’interno di “Future Now – 100 selected contemporary international artists from 2016” pubblicato da Aesthetica. Espone in personali e collettive presso: Unix Gallery, New York (2017); Moyshen Gallery, San Miguel De Allende, Messico (2018 e 2020); Royal Academy, Londra (2019); Daniel Benjamin Gallery, London (2019); Rugby Town Art Museum, Rugby (2020); Daniel Benjamin Gallery, Messico (2020); Firetti contemporary Dubai.

Le sue opere sono presenti in diverse collezioni pubbliche, tra cui si annovera: Galleria degli Uffizi, Firenze; Contemporary Art Collection, Kingston University, Londra; Gregorian Foundation, Washington DC; Min Art Museum, Guadalajara, Messico.

14 Maggio 2022
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21 Maggio 2022
ATIPOGRAFIA | Arcangelo Sassolino. Il vuoto senza misura | Arzignano
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